L’unificazione degli incentivi 4.0 e 5.0, che la prossima Legge di bilancio potrebbe mettere in atto nel 2026, ha trovato spazio nelle ultime settimane sulle più autorevoli testate economiche. Per le imprese, si riapre un sipario che, finora, sembrava dover calare inesorabilmente il 31 dicembre di quest’anno. Per semplicità e visione, nonché per l’allargamento della platea di possibili beneficiari, è notevole l’appeal del nuovo concept per il credito d’imposta riservato agli investimenti in beni strumentali ad alta tecnologia ed efficienza energetica. Ma i fondi da destinarvi (circa 4 miliardi dirottati dagli “avanzi” 5.0, riporta il Sole 24 Ore) sarebbero inferiori a quelli allocati per le due agevolazioni nell’anno in corso.
Dall’inizio del mese di settembre, il progetto di fusione tra Transizione 4.0 e Transizione 5.0 in un unico credito d’imposta per il 2026 catalizza l’attenzione degli addetti ai lavori. Le indiscrezioni giornalistiche parlano di un incentivo più semplice, con aliquote rafforzate per chi saprà combinare digitalizzazione ed efficienza energetica. Un passaggio che, se confermato, permetterebbe di superare la frammentazione, le sovrapposizioni e le incertezze interpretative degli ultimi tempi.
A questa operazione guardano con favore anche settori finora rimasti ai margini, come le imprese energivore, che potrebbero finalmente varcare la soglia 5.0, fin qui sbarrata dai vincoli DNSH. Un possibile aggiornamento degli elenchi dei beni agevolabili, fermi al 2016, sarebbe un altro segnale positivo per allineare le coperture agli standard tecnologici attuali.
L’idea di fondo è quella giusta: meno burocrazia, più chiarezza, un unico strumento. Forse anche un passo avanti verso quella razionalizzazione cui punta l’attesa riforma degli incentivi, che lentamente prosegue il suo iter (è in corso di esame alle Camere lo Schema di decreto legislativo recante codice degli incentivi).
Qui un indice degli argomenti:
La coperta corta delle risorse
Tuttavia, le stime delle risorse potenzialmente disponibili per il nuovo strumento 4.0+5.0 frenano gli entusiasmi. Secondo quanto riportato in un recente articolo di Carmine Fotina su Il Sole 24 Ore, infatti, le riserve per la copertura del nuovo strumento dovrebbero essere recuperate dagli “avanzi” dell’attuale Piano 5.0, stimati in 4 miliardi. La dote verrebbe “ripulita” dall’origine europea attraverso un’«operazione sponda»; una volta “nazionalizzata” sarebbe libera dai divieti dell’UE.
Dietro l’annuncio di un incentivo allargato, insomma, sembrano potersi allocare risorse complessive inferiori a quelle garantite alle due misure oggi vigenti. Da un lato semplificazione e maggiore accessibilità; dall’altro, dote ridotta? Un paradosso che potrebbe ostacolare l’annunciato potenziamento delle aliquote.
Formazione e R&S ai margini
Sulla base di quanto trapelato finora, potrebbe essere prevista qualche assenza illustre dal nuovo perimetro. In primis quella della formazione 4.0, in accompagnamento agli investimenti per l’innovazione di processo.
Potrebbero non comparire nel nuovo piano d’incentivazione nemmeno i crediti d’imposta per innovazione tecnologica, tecnologie 4.0, tecnologie green e design(misure che fino al 31 dicembre 2025 permettono di ottenere un credito d’imposta al 5%). Tutti strumenti “4.0” che hanno sostenuto negli ultimi anni l’attività di ricerca e sviluppo, soprattutto nelle PMI e nei settori più creativi, in scadenza a fine anno.
Il richiamo del Cnel: investire in ricerca e competenze
Pubblicato quasi in parallelo con le prime uscite pubbliche sul nuovo Piano 4.0+5.0, il Rapporto 2025 del Cnel sulla produttivitàindica, ironicamente, proprio tre priorità fondamentali: stimolare la spesa privata in ricerca e sviluppo irrobustendo lo schema dei crediti d’imposta, rafforzare il capitale intangibile e rilanciare la formazione tecnica, anche ripristinando gli incentivi alla formazione 4.0.
Allo stato attuale, in Italia, la spesa privata in ricerca e sviluppo in rapporto al Pil si attesta allo 0,9%, contro l’1,5% della media europea. Quanto alla formazione, il gap è duplice: mancano percorsi strutturati di aggiornamento continuo nelle imprese e si registra un deficit di competenze Stem tra i giovani.
Le esigenze sulla bilancia: il peso della stabilità
Soprattutto a fronte del “termine tombale al 31 dicembre 2025”, che le ha accompagnate per un intero anno, e che resta ad oggi ancora presente per gli investimenti agevolati dagli attuali regimi (tassativamente da chiudere nei termini), la probabile futura fusione di 4.0 e 5.0 disegna una nuova prospettiva per le imprese e potrebbe rappresentare un’importante leva di rilancio della produttività. Non sarà compito facile costruirne l’architettura tenendo in equilibrio le necessità della politica industriale e dell’economia reale, non sempre convergenti. D’altra parte, i mercati inviano il loro monito coi numeri. Chiedono certezza normativa, pochi annunci, provvedimenti concreti. Quando le regole sono stabili e prevedibili, gli investimenti partono.